In coda al botteghino

Da Rossellini a Sorrentino, i dieci film italiani più amati all’estero nella selezione di TomatoMag

 

Anna Magnani che cade a terra sotto i colpi tedeschi e Anita Ekberg che scivola in una delle più belle fontane di Roma, Tim Roth che accende una platea e le corde di un pianoforte con le sue note e Toni Servillo che racconta con disincanto le miserie di una società pretenziosa e vuota: immagini indimenticabili di una tradizione cinematografica che negli ultimi settant’anni ha scritto capitoli fondamentali della storia del cinema a livello mondiale. Dalla nascita del Neorealismo al ritratto cinico della ricca borghesia romana, il cinema italiano raccontato attraverso dieci film che ne hanno fatto la storia e sono conosciuti e amati in tutto il mondo.

In the queue at the box office (3)Roma città aperta (1945)– Arrivato al successo dopo un’accoglienza tiepida in Italia, le censure negli Stati Uniti e i divieti in Argentina e Germania (dove uscì solo negli anni Sessanta), Roma città aperta rappresenta l’inizio della cosiddetta trilogia della Resistenza di Roberto Rossellini: la straziante corsa di Anna Magnani dietro al camion che le porta via il marito prigioniero, spezzata dalle fucilate dei tedeschi, rappresenta la nascita- almeno per il grande pubblico- del Neorealismo.

In the queue at the box office (6)La ciociara (1960)– Un’altra corsa disperata di una donna sola durante la guerra, devastata dal dolore per la figlia violentata dai soldati: Vittorio De Sica, già regista affermato da oltre un decennio, rilegge l’omonimo romanzo di Alberto Moravia e dirige la ventiseienne Sophia Loren. Nota fino a quel momento solo per ruoli brillanti, la diva di Pozzuoli è splendida e intensa nel ruolo di Cesira che, nel 1962, le fa conquistare il premio Oscar come miglior attrice protagonista.

In the queue at the box office (7)La dolce vita (1960)– Stesso anno di produzione, atmosfere completamente diverse per un’Italia in cui sta per esplodere il boom economico: Roma è soprannominata la Hollywood sul Tevere e Via Veneto, di notte, è affollata dei flash dei paparazzi- altro grande mito nato in quegli anni- che cercano di immortalare i divi americani di giorno al lavoro a Cinecittà. Marcello Mastroianni, bello da morire, è diretto da Federico Fellini nel ruolo di un cronista con ambizioni di scrittore: con cinismo racconta la realtà in cui vive e scivola nelle acque della Fontana di Trevi, e tra le braccia della voluttuosa Sylvia/ Anita Ekberg, nella scena simbolo del decennio più glamour della storia italiana.

In the queue at the box office (2)Il Gattopardo (1963)Giuseppe Tomasi di Lampedusa non fece in tempo a vedere pubblicato il suo unico romanzo, la storia della nobile famiglia siciliana di cui era erede, inizialmente rifiutato e poi uscito da Feltrinelli nel 1958, un anno dopo la sua morte. Nel 1963, mezzo secolo di vicende del principe di Salina e del suo casato vengono raccontate nel kolossal drammatico di Luchino Visconti, lunghissima scena del ballo compresa, con una radiosa Claudia Cardinale sempre al centro di una sala illuminata solo dalla luce tenue dei candelabri, nel ruolo che la consacra a livello internazionale.

In the queue at the box office (10)Il buono, il brutto e il cattivo (1966)– Capolavoro del cosiddetto genere degli spaghetti-western, che fece la fortuna di un maestro come Sergio Leone, e ultimo capitolo della trilogia del dollaro- cominciata nel 1964 con Per un pugno di dollari e proseguita l’anno successivo con Per qualche dollaro in più-, in cui il buono Clint Eastwood, il brutto Eli Wallach e il cattivo Lee Van Cleef si sfidano nell’immortale scena del triello in un cimitero arso dal sole.

In the queue at the box office (12)Ultimo tango a Parigi (1972)– Un panetto di burro protagonista di una delle scene più controverse- e oltraggiose, per l’epoca- della storia del cinema causa la distruzione di quasi tutte le copie della pellicola e una condanna a Bernardo Bertolucci, che lo porterà a essere privato dei diritti politici per cinque anni. Quello che resta oggi sono la storia sensuale e potente di due amanti senza nome l’uno per l’altra, consumata sul pavimento di un appartamento parigino, e il profilo duro e disperato oltre il bavero sollevato del cappotto cammello di un indimenticabile Marlon Brando.

In the queue at the box office (14)Mediterraneo (1991)– Un’ emozionante partita di calcio sulla spiaggia di Megisti, isola dell’Egeo, fa conquistare a Gabriele Salvatores l’Oscar per il miglior film straniero. Sono i primi anni Novanta, ma la storia è quella- ambientata nel 1941- di un plotone di soldati italiani che sbarca su un’isoletta greca rimasta deserta dopo l’abbandono degli occupanti tedeschi. Alcuni torneranno in patria alla firma dell’armistizio, qualcuno diserterà per amore e qualcun altro ci farà ritorno deluso dalla Storia: perché è un film, come chiarisce la didascalia finale, “dedicato a tutti quelli che stanno scappando”.

In the queue at the box office (16)La vita è bella (1997)– La storia della persecuzione razziale in Italia durante la seconda guerra mondiale, raccontata con poesia e delicatezza in una favola amara che ha conquistato la critica e ha raggiunto il quinto posto nella classifica dei film più visti in Italia. Tre premi Oscar a Roberto Benigni, che riporta in patria quello per il miglior film straniero e conquista la statuetta per l’interpretazione di Guido Orefice, papà che sa regalare sorrisi e lieto fine al figlio anche nella follia dei campi di sterminio.

In the queue at the box office (19)La leggenda del pianista sull’oceano (1998)– Da un monologo teatrale di Alessandro Baricco lungo nemmeno cento pagine, Giuseppe Tornatore tira fuori un capolavoro di quasi tre ore sulla bella, breve vita sempre a bordo di un transatlantico di Novecento, pianista di eccezionale talento. Dieci anni dopo l’Oscar per il miglior film straniero vinto con Nuovo Cinema Paradiso, Tornatore torna a farsi amare dal pubblico americano- e non solo- grazie a Tim Roth, intenso e incredibilmente attraente nei panni di Novecento.

In the queue at the box office (18)La grande bellezza (2013)– Accompagnato dalla voce morbida e disincantata di Jep Gambardella– il giornalista i cui completi griffati sono indossati da uno strepitoso Toni Servillo-, lo spettatore torna a respirare l’aria romana di una dolce vita che esiste solo nei ricordi di una ricca borghesia ancorata al passato e ubriaca di mondanità e disperazione di fondo. Paolo Sorrentino dirige un cast di nomi celebri italiani nella pellicola che segna il ritorno all’Oscar di un film italiano, nel 2014.

 

Al cinema- per ora- è ancora necessario fare la fila. Ma per saltarne tante altre c’è Qurami.